La Voce ittirese

Spazio di libero confronto sulla Cultura, La Storia, la Politica, la Tradizione, il Folklore di Ittiri Cannedu

Soddisfa la nuova Giunta Orani ?

Salve a tutti, vorrei intervenire, inviandoti queste mie riflessioni, sul risultato elettorale relativo alle elezioni comunali del 30/31 maggio.

In piena campagna elettorale ho preferito evitare di commentare ed esprimere le mie opinioni di delusione per il livello qualitativo delle liste e per le relative proposte politiche. In modo particolare per quella del centro-sinistra, nel quale mi riconosco, visto che hanno sbandierato l’unità della coalizione e soprattutto l’operazione politica che ha portato alla formazione della lista…. Se non mi sbaglio, prima delle elezioni avevate  sostenuto la tesi che rischiavamo di far accomodare la tontologia politica al potere e, sinceramente, con rammarico, devo ammettere che quel rischio si è tramutato in realtà. A mio parere, infatti, giudico il livello dell’attuale Giunta Comunale culturalmente, intellettualmente, tecnicamente e politicamente INFERIORE  rispetto alla precedente.

Stefano Sechi, Mariella Mignano, Gianni Senes e Giommaria Pinna non sono stati sostituiti da persone alla loro altezza. Per contro, invece, giudico il livello dell’opposizione nettamente più alto rispetto al passato recente. In questo caso la presenza di Zampa Marras è assolutamente positiva e stimolante sia a livello politico che intellettivo. Naturalmente sulle elezioni una mia analisi e una personalissima idea me la sono fatta. Ovviamente si tratta di considerazioni molto personali che come sempre lasciano il tempo che trovano e sopratutto si prestano ad ulteriori approfondimenti e discussioni. Ritengo, innanzitutto opportuno fare una riflessione sul calo dell’affluenza. Apparentemente questo dato non sembra importante ma tradotto in termini numerici significa che circa 300 persone non sono andate a votare rispetto alle elezioni del 2005. Le motivazioni di questo calo di affluenza possono essere molteplici, personalmente credo che siano dovute all’abbassamento di livello della qualità delle liste e all’ennesima dimostrazione che a Ittiri la politica dei partiti non conta più nulla, invece conta quella personalistica, delle correnti, dei singoli e delle famiglie. Chi ha perso deve fare l’esame di coscienza per aver commesso errori grossolani per mancanza di esperienza, di organizzazione e di idee. Sopratutto, a destra, devono riflettere sul fatto che non si può presentare una lista e un candidato Sindaco all’ultimo giorno perché si aspettava di vedere le mosse dell’avversario, sperando fino alla fine nella divisione del fronte opposto e senza una loro proposta politica valida e alternativa. Sopratutto non si può pensare di vincere e tantomeno costruire un’alternativa efficace alla sinistra se nell’ectoplasma del PdL ittirese continuano a dettare legge delle persone che hanno una visione della politica arcaica e sopratutto clientelare. Un ruolo importante e di grossa responsabilità, in futuro, sarà quello del gruppo dei Riformatori. A destra sono stati loro gli unici che hanno messo in campo un minimo di organizzazione e hanno fatto da traino alla lista.

La doppia candidatura di Giommaria Pisanu, tuttavia è stata un’altro errore di cui si poteva fare benissimo a meno. Come ho già avuto modo di dire, c’è la necessità di una politica vera e sopratutto di costruire una reale e attendibile alternativa sulla base di attività politica concreta e non approssimativa e improvvisata, tipica del PDL ittirese (…e non solo ittirese).

Ecco perché secondo me il ruolo dei Riformatori è di grande responsabilità ed importanza, nello scenario politico futuro di Ittiri Cannedu.

Il PdL e anche il PD hanno assoluta necessità di rinnovarsi e darsi una precisa e distinta connotazione ideologica finalizzata a radicarsi nel territorio. Ebbene, il primo, ancora, di fatto, a Ittiri non esiste; il secondo esiste ma è nato già vecchio.

Se c’è un’altra forza (come i Riformatori) organizzata che riesce a coinvolgere persone e produrre un’attività politica seria e concreta, soprattutto che riesce ad attirare su di s’è le altre forze politiche d’ispirazione sardista, autonomista e indipendentista, credo che i vertici di PD e PdL debbano iniziare a preoccuparsi e a rinnovare i loro quadri dirigenti e sopratutto a cambiare le logiche che fin qui hanno caratterizzato la gestione politica e amministrativa del Comune. Comunque anche i vincitori delle elezioni hanno molto di cui riflettere, sopratutto sul piano politico. Quelli del PD hanno semplicemente messo in atto un operazione di collage, con la sola promessa di candidature e posti in giunta. Ci vogliono “vendere”questo minestrone come un’operazione di alta sintesi politica, ma tutti sappiamo che le cose non stanno affatto così. Magari l’operazione avrebbe potuto avere un significato politico se le candidature fossero state azzeccate o perlomeno avessero avuto un senso strategico. Per come la vedo io l’operazione stata fatta con lo scopo di tagliare fuori i “veri politici”, i cosiddetti “cavalli di razza”, Giommaria Deriu e Gianni Senes. Allo stesso modo, è stata opportunamente offerta al gruppo dei Boiki la candidatura alla provincia, con lo scopo di far pesare di meno questo gruppo nelle presenze il lista e negli equilibri della Giunta Comunale. Il risultato è stato che il PD ha fallito in pieno alle provinciali, nonostante la brava e preparata, ma semi-sconosciuta, Maria Antonietta Scanu sia la più votata, mentre Senes e Deriu hanno ampiamente centrato il loro obiettivo, dando ancora una volta dimostrazione della loro personale capacità di leggere comprendere e interpretare al meglio le aspettative dell’elettorato ittirese. Per quello che mi riguarda, ho l’impressione, sempre più limpida e distinta, che con questo tipo di classe politica non si può andare avanti. So perfettamente che nei partiti politici storici le correnti e i personalismi ci sono sempre stati, ma in ogni caso esisteva una leadership forte, espressione di una base territoriale forte che riusciva a sintetizzare le opinioni provenienti dalle diverse aree del partito. Oggi i partiti hanno un’impostazione verticistica, la base non conta quasi nulla e chi gode di una posizione maggioritaria all’interno del partito si può permettere di imporre forzatamente la propria linea politica e la propria leadership, che non è mai quella del partito (di sintesi) ma della sua componente più numerosa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, ciò che è accaduto a Ittiri può essere un esempio, ma se andiamo in pò più in là, troviamo delle situazioni anche peggiori (Portotores). Ribadisco quello che ho sempre affermato finora, ormai gli interessi particolari hanno soppiantato le ideologie e condannato a morte la politica con la P maiuscola.

Ittiri ha sempre avuto una importante tradizione politica ed esponenti di spicco a livello regionale, addirittura nazionale, mi dispiace dirlo ma oggi, a Ittiri l’unico esempio di politico con queste caratteristiche non è ittirese, mi riferisco a Giuanne Pedru Marras, per gli amici Zampa. L’unico che ancora coltiva un’ideologia, ci crede e dà anima e corpo per quella. Coloro che fanno parte dei partiti politici più importanti (PdL e PD) non credono in nessuna ideologia (semmai s’ispirano a dei principi non definiti e dei valori molto indifferenziati), ma esclusivamente nei loro propri interessi di bottega. Questa è la differenza sostanziale tra la politica che io intendo e quella che invece siamo tutti, quotidianamente, costretti a subire.

Che modo è questo di amministrare ?

Risposta del Sindaco all'intervento del Consigliere Soro

Risposta del Sindaco all’intervento del Consigliere Soro

13 Gennaio 2010

Ho seguito indirettamente la discussione che si è sviluppata sul web grazie all’iniziativa che mi piace definire doverosa più che singolare, del Comune di rinunciare alle luminarie Natalizie e destinare i fondi (5.000 euro) all’acquisto di beni di prima necessità alle famiglie bisognose. La nostra voleva essere oltre che un gesto di coscienza, uno stimolo di discussione nei confronti della cittadinanza. Volevamo semplicemente, con questa decisione, invitare la popolazione tutta a riflettere sulla grave situazione socio economica che stiamo attraversando, situazione che si riflette in particolare su famiglie che intrinsecamente sono “deboli” e di conseguenza più esposte e più colpite da congiunture negative.

In generale, ed in particolare dai più diretti interessati, gli esercenti e i commercianti, mi sembra che l’iniziativa sia stata ben accolta: prova ne sia il fatto che, su loro richiesta abbiamo distribuito circa 60 alberelli da adottare, adornare ed esporre davanti all’esercizio.
C’è stata poi una minoranza di persone che ha preferito puntare l’attenzione sull’aspetto esteriore dell’iniziativa, criticabile come qualsiasi cosa soggettiva, e sulla quale, francamente non abbiamo fatto grossi investimenti, non pensando di dover partecipare al concorso per il più bell’albero di Natale della provincia.
A questo proposito colgo l’occasione per ricordare a chi giustamente si preoccupa del destino futuro dell’albero di Natale e degli altri alberelli, che quello installato in piazza del Comune non è un albero ma un grosso ramo messoci a disposizione dall’Ente Foreste, e che ovviamente non può essere trapiantato. Stesso discorso vale per gli alberelli, che, come ben sa chi li ha ricevuti in dono dall’AVIS negli anni scorsi, non hanno radici e non possono attecchire se trapiantati. L’intervento del consigliere Soro, che riprende molto fedelmente un post pubblicato su un blog ittirese, mi fa pensare che ella non abbia idee in proposito e quindi le vada a pescare dal web oppure che si diverta a scrivere anonimamente sui blog (una sua libera e lecita scelta beninteso). L’incompetenza che traspare dal suo intervento, pregno di populismo e luoghi comuni a buon mercato, è superato solo dall’indifferenza che dimostra verso le tematiche sociali, verso le quali dovrebbe invece avere una speciale predilezione visto il lavoro che fa. Se avesse avuto l’accortezza non dico di andare a controllarsi il bilancio, ma almeno di ascoltare le comunicazioni che vengono fatte in Consiglio; avrebbe visto che la spesa per servizi sociali, non solo in termini assoluti ma anche relativi, non è mai stata così alta per il Comune di Ittiri (parlo di oltre due milioni di euro nel bilancio 2009), parlo ovviamente di spesa effettiva, non di previsioni. Non avendo ella cognizione dei problemi, non si sarà accorta sicuramente di questo fatto. Ma le decine di famiglie che vengono aiutate a superare situazioni di difficoltà, non solo economiche lo sanno perfettamente.
I soldi delle luminarie, che non sono quelli dei commercianti, rappresentano in questo contesto un “di più” non molto ingente, ma assai simbolico che abbiamo voluto mettere ulteriormente a disposizione. Anche riguardo ai progetti per le povertà estreme, se il consigliere Soro non fosse così presa dalla sua ossessione di posizionarsi nell’ufficio di staff di qualche Assessore regionale molto in vista da queste parti, avrebbe notato, solo leggendo gli atti di Giunta, che abbiamo chiuso a novembre con il progetto 2008, a dicembre abbiamo acquisito le domande e a gennaio partiremo con il progetto 2009.
Quanto alle inaugurazioni che lei non gradisce e di cui noi andiamo giustamente orgogliosi, esse non sono altro che la conclusione concreta di un processo politico e amministrativo che ha portato alla realizzazione di un’opera o all’attivazione di un servizio. Potrebbe essere anche lei un po’ soddisfatta di tutto questo se tiene veramente al benessere del suo paese.
Sulle critiche alla manifestazione Ittiri per l’ambiente, che non è costata niente al Comune in quanto a consuntivo è risultata totalmente finanziata da sponsor privati e pubblici, ometterei qualsiasi commento, se non per far notare che la stupida illazione che viene fatta è la stessa riportata da un certo EDI in un blog ittirese, e che, contrariamente a quanto lui afferma, l’iniziativa è effettivamente servita proprio a informare la popolazione dell’esistenza e della convenienza anche economica dell’utilizzo domestico delle energie alternative; convenienza che non si ferma al bando regionale, che finanzia il 20% a fondo perduto, ed è stato comunque riaperto per il 2010, ma proviene anche dagli incentivi statali del Conto Energia e dello scambio di energia elettrica prodotta con il gestore. Mi rendo conto che nel caso del consigliere Soro queste sono parole buttate al vento. Mi piace sottolineare infine che quest’anno abbiamo dovuto fare grosse rinunce in termini di dispiego di risorse a causa dell’obbligo del rispetto del patto di stabilità, ma questo non ci ha comunque impedito di portare avanti un programma più che dignitoso di iniziative e servizi, tra cui anche le inaugurazioni, che con buona pace del consigliere Soro, non sono ancora finite.

======================================================

La Risposta sul forum del Sito del Comune di Ittiri

mai pubblicata.

Mi ero illusa che una volta tolto l’albero sarebbe calato il sipario su questa tristissima vicenda che ha coinvolto il comune di Ittiri, invece no, il sig. sindaco, non soddisfatto di aver pubblicato non su una ma su due testate giornalistiche una lettera che riportava alle solite menzogne, ha ben pensato di utilizzare anche un sito istituzionale, e quindi a spese del contribuente (perché questi siti hanno comunque un costo) per pubblicare la sua versione in  forma integra, inserendo anche quanto le testate in questione gli avevano benevolmente censurato perché piene di congetture e contenenti argomentazioni per quanto dire informali, che violano la privacy, e molte falsità, già però queste ultime non sono state censurate ma sono state semplicemente sbugiardate da una attenta lettrice.

Lei sig. sindaco per ideologia o per una questione epidermica ha sempre mostrato ostilità nei confronti del Presidente Berlusconi, e poi si comporta peggio di lui, si perché almeno Berlusconi usa le sue reti private e non mezzi istituzionali a spese del contribuente, (stia attento ai denti che qualche pazzo non giri con una statua del teatro di Ittiri, sua grande opera compiuta).

Lei ha trovato doveroso destinare 5000€ per acquisto di beni di prima necessità da destinare alle famiglie più bisognose, decidendo quindi anche cosa dovevano mangiare a questo punto, ma ci dica anche quale criterio ha utilizzato per spalmare l’elemosina e quante famiglie (ho detto quante e non quali) ne hanno beneficiato. In quasi tutti i sui articoli scritti in questi anni in cui ha attaccato ferocemente la dr.ssa Soro sulla stampa, e non e nelle sedi istituzionali opportune, vale a dire in consiglio, l’ha sempre accusata di populismo e demagogia e poi veda un po’ lei cosa sostiene, che elargire 5000€ è servito solo per fare riflettere la popolazione sulla grave situazione socio economica del paese, come dire piove governo ladro. Devo ammettere che lei mi ricorda molto Antonio Ferrer (guarda il caso questo personaggio dei promessi sposi porta il suo stesso nome ) lui era considerato eroe dalla gente perché aveva dimezzato il prezzo del pane (lei vuole passare da eroe perché ha elargito 5000€ ai poveri) ma si ricorda quali furono le conseguenze, sempre che le siano rimaste reminiscenze dei promessi sposi? Nell’imminenza l’effetto positivo fu che tutti avevano il pane, compreso la classe meno agiata, ma nel tempo questa scelta si ripercosse negativamente perché i fornai per guadagnare gli stessi soldi dovettero iniziare a produrre il doppio a lungo andare la farina iniziò a scarseggiare e la conseguenza logica fu l’assalto al forno (rapportata alla sua azione la conseguenza logica è che nella mancanza di trasparenza ha subito l’attacco del popolo). Vede come volevasi dimostrare lei è il vero ed unico simbolismo della demagogia perché sulla base delle sue percezioni della necessità delle famiglie Ittiresi (e parlo di percezioni sempre perché non ha mai avuto il coraggio di scendere in piazza e sentire quali erano le reali necessità di tutti gli Ittiresi9 cerca comunque di ottenere il loro consenso facendo passare per imprese eroiche piccoli impegni politici. Lei esprime promesse inconsistenti per accaparrarsi il favore dell’elettorato facendo leva su bisogni latenti nel sociale alimentando odio nei confronti dell’avversario politico. Devo confessare che questa sera mi sono presa la briga di spulciare le sue delibere ed i bandi pubblicati da luglio ad oggi e sa la novità non ho trovato i decantati bandi sulle estreme povertà quindi non capisco proprio quali domande abbiate acquisito a dicembre 2009 senza pubblicare i bandi, cos’è un’altra delle sue bugie????  Continuando nel discorso cercando di mantenere argomenti più seri delle sue infamanti congetture, se anche la dr.ssa Soro (ma non credo a quello che lei sig. sindaco afferma in quanto è lei che sta vagando su un terreno minato che, invece, la dr.ssa Soro conosce molto bene perché lo attraversa quotidianamente) non dovesse aver letto bene i vostri atti di giunta le assicuro che io mi sono presa la briga di leggerli da luglio ad oggi ed i famigerati bandi per le povertà estreme non ci sono. Vuol dire che ancora una volta non ha adempiuto al suo dovere, per il quale è pagato dalla cittadinanza, di informare nelle maniere opportune i possibili beneficiari.

Proseguendo, se traspare incompetenza nei miei interventi sul blog è proprio perché non sono una politicante di professione però nonostante questo leggo e leggo tutto soprattutto leggo quanto di falso lei scrive. Secondo lei i miei discorsi sono pregni di populismo, “ a ciascuno la sua definizione di populismo a seconda del suo approccio e dei suoi interessi di ricerca”. Ma mi sento in dovere di rilevare che lei fa un utilizzo di questo termine in maniera contraddittoria e confusa, magari le esce spesso dalla bocca perché le piace il suono che produce, dire populismo le fa riempire la bocca d’aria e le da più forza per tirare fuori il fiato. Però, le ricordo che un’altra accezione del populismo è quello che la rende un contenitore per movimenti politici di variato tipo, di destra come di sinistra reazionari e progressisti, (guarda caso queste figure sono tutte presenti nella formazione di lista che l’ha appoggiata cinque anni fa nelle elezioni), che hanno però in comune alcuni elementi per quanto riguarda la retorica utilizzata. Lei sig. sindaco ormai rappresenta una classe politica che sta attraversando un momento di crisi e su cui sta calando la sfiducia dei suoi elettori e sta cercando di riversare le sue deficienze amministrative contro la dr.ssa Soro accusandola di essere me. Se lei avesse letto tutti i miei interventi saprebbe bene chi sono io, ma nascondere la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi è sicuramente più conveniente. Le confesso qualcosa in comune io e la dr.ssa Soro l’abbiamo e non è il titolo di studio perché la dr.ssa Soro ha una formazione Sociale io ho una formazione giuridica, è che anche io come la dr.ssa Soro sono una donna e non un uomo come lascia pensare verso la fine della sua risposta, ma capisco le sue idee confuse in fondo ho mostrato più PALLE di lei e due gliele ho lasciate sotto il grosso ramo che ha avuto in dono dall’ente foreste spero le abbia trovate e le siano piaciute erano veramente grosse e belle, magari le conservi potrebbero esserle utili in futuro.

======================================================

Quando clikkiamo sul link per leggere la lettera appare il seguente avviso…

User Error

LOCKED_FORUM

Forum — Parliamo di… — tutti gli argomenti associati sono stati bloccati dall’Amministratore

Gli amministratori e i moderatori del forum del Comune di Ittiri si impegnano a mantenere una discussione civile su questo spazio, ma è altresì vero che è impossibile leggere e controllare in ogni momento quello che viene scritto dagli utenti.
Ogni messaggio esprime l’opinione dell’autore e non quella dello staff del Comune di Ittiri che non può quindi essere ritenuto responsabile del contenuto dei messaggi.
Non sono graditi messaggi osceni, volgari, esplicitamente sessuali, razzisti, o che violino le leggi in vigore.

Itiri Cannedu

Per introdurre questa raccolta di notizie riguardanti Ittiri, il modo migliore è quello di seguire per un tratto, l’Itinerario dell’isola di Sardegna del “ La Marmora ”: La strada nazionale d’Alghero continua da Tiesi ad Itiri per un vallone; indi per una salita ben sviluppata nel pendio del monte di Cugumia si arriva all’altipiano così nominato, altrimenti detto il Piano di Tiesi.

Le rampe di questa montagna sono state aperte in una roccia che io ho designato col nome di trachite anfibolica e monolitica per distinguerla dalla trachite più antica, che forma ugualmente la più gran parte di queste regioni.

Ittiri è un grosso centro del Logudoro, dista da Sassari, per la via più breve, circa 18 chilometri , alla cui provincia appartiene, sorge adagiato su un altopiano a circa 450 metri sul livello del mare, a 3°40’ di longitudine ad ovest di Monte Mario ed a 40°30’ di latitudine (0°35’ longitudine occidentale del meridiano di Cagliari).

Circondato da uliveti e vigneti, il paese ha un territorio comunale che si estende per 11.106 Kmq e confina coi territori di Thiesi, Romana, Banari, Usini, Uri, Villanova Monteleone e Florinas, comuni nei quali vi sono vaste zone appartenenti ad ittiresi.

In tutto il territorio, il predominio degli altipiani appare più netto per la presenza di vaste zone spianate, ora rachitiche, ora basaltiche e varie di livello, troncate sovente da rapidissimi gradini, inframmezzate da coni vulcanici, da conche ed avallamenti.

Le eruzioni vulcaniche delle varie ere, hanno dato luogo alla formazione di coni talvolta modestissimi, più numerosi verso sud, che hanno procurato alla regione il nome di “Alvernia sarda” (l’Alvernia, Auvergne, è una regione amministrativa della Francia, con capoluogo Clermont-Ferrand, situata nel cuore del Massiccio Centrale, aspra e selvaggia, è caratterizzata da un suggestivo paesaggio vulcanico pieno di dirupi e contrafforti).

Il territorio, sebbene molto accidentato, non presenta grandi rilievi; i monti più importanti, quasi sempre intervallati da pianure e profonde valli sono: Monte Gherra m. 658, Monte Cheja m. 647, Monte Torru m. 622, Monte Pedrosu m. 571, Monte Urpas m.569, Monte Unturzu m. 557, Monte Ozastru m. 531 e Monte Canigione m.512.

Per quanto riguarda le acque, il territorio di Ittiri, non può definirsi ricco, i corsi d’acqua che lo attraversano, hanno le loro sorgenti fuori dal territorio comunale e sono tutti a carattere torrentizio. Tali sono il Rio Camedda, il Rio Mannu, il Rio Minore e il Rio Cuga. Abbiamo poi Su Brugnu, formato dalle acque di scolo che dopo aver attraversato le campagne di Zeppere e Chentu Iscias, forma una cascata molto modesta, gettandosi in Su Poju de Pedru Fogheddu.

Maggiore importanza dei corsi d’acqua hanno certamente i due laghi artificiali del Bidighinzu e del Cuga. E’ appunto per la vicinanza di questi due laghi che il clima del paese è molto infelice, già umido in precedenza, ora ha registrato un discreto aumento di umidità.

Numerose sono le fonti: Sa Teula, Abbafrisca, Funtana Pesada, Tomoddoi, Aradas, Burtaine, Briai, ecc.

CENNI STORICI

Da chi sia stato fondato il paese e verso quale periodo esso sia sorto, nessuno ha saputo e forse nessuno potrà mai dirlo con certezza.

In altri luoghi, scavi e rinvenimenti archeologici, hanno fornito qualche indizio, dal quale poter dedurre notizie storiche sulle quali fondare ricostruzioni, anche se approssimative; gli scavi che sono stati effettuati a Ittiri, risultano pochi e di scarso aiuto per il materiale talmente insignificante venuto alla luce, si è trattato, infatti, di qualche scheletro quasi sempre spoglio, di qualche moneta che di moneta aveva ormai la sola forma, di alcune giare e numerosi frammenti di antiche tegole a Sa Iddazza, Coros, Occhila, Giunchi, Cannedu, di qualche lucerna, frammenti di vasi e vari anelli fittili, che servivano da ornamento per le donne, ecc., che nient’altro testimoniano se non l’esistenza in tali zone di antichi insediamenti umani.

A Cannedu, in fondo alla valle che costeggia la strada statale Ittiri-Alghero, a qualche decina di metri da questa, all’altezza del Km. 0,800, sotto un grande masso, sono stati ritrovati numerosi avanzi di scheletri umani, quasi si trattasse di una fossa comune.

Più a valle si potevano ancora vedere le tracce di un’antica via lastricata. Il materiale archeologico purtroppo è scarso e le notizie storiche mancano completamente fino al 1300, nella ricerca delle origini del paese, non possono essere di aiuto neanche le leggende, che in questo campo sono inesistenti.

Sulla stessa origine del nome Ittiri sono state fatte svariate supposizioni.

Qualcuno vuole che il paese prenda il nome dall’antico popolo degli Ittiti o dalla città fenicia di Tiro, altri lo fanno derivare dal punico Athar che significa terra fertile. Sono tesi suggestive ma prive di qualsiasi giustificazione o fondamento. Se è vero, infatti, che i Fenici e i Cartaginesi, come del resto gli Etruschi vennero in Sardegna, non possiamo però accertare, se essi abbiano influito nella regione di Ittiri in modo superiore alla dominazione degli altri popoli di epoca protostorica, tali tesi si basano esclusivamente su semplici assonanze. Inoltre, per quanto riguarda gli Ittiti, sappiamo che tale nome, dato agli abitatori delle rocce, è di coniazione più recente, in relazione alle origini del paese, per quanto riguarda il termine Athar, troviamo il corrispondente Atha col suo significato originario di terra in pendio. Poiché il paese è chiamato anche Ittiri Cannedu, si è pensato a Iterum Cannetus, affermando che Ittiri sia derivato dalla migrazione degli abitanti dall’antico villaggio di Cannedu verso la zona in cui attualmente sorge il paese.

Anche questa tesi, ha però scarso fondamento, infatti, se è indubbia l’esistenza di un villaggio chiamato Cannedu alla periferia del paese, nella regione che ancora conserva tale nome, è anche vero che esso è citato sempre insieme ad Ittiri ed insieme esistettero per vari secoli, il nome Cannedu unito ad Ittiri, è stato usato esclusivamente per distinguere questo Ittiri dall’altro: Ittiri Fustiavu ora Ittireddu.

Rimane da esaminare l’ultima tesi che fa derivare il nome dal latino Iter: strada. Caduta la tesi dell’Iter in Cannetum, per quanto prima detto a proposito di Ittiri Cannedu, c’è da affermare che forse l’idea di Ittiri, stazione di posta su una strada romana non è da scartare completamente. Resta da stabilire quale strada passasse per Ittiri.

Nella Sardegna Romana, ricostruita secondo il Vetera Romanorum Itineraria Sive Antonini Augusti Itinerarium, oltre alla strada Occidentale Kalaris-Turris, l’Orientale Kalaris-Olbia e la tronco mediano Kalaris-Tibula, esisteva un altro tronco mediano che partendo da Kalaris (Cagliari), toccava Forum Traiani (Fordongianus) e Macòpsisa o Macòmisa (Macomer).

Ad Hafa (Giave) la strada si divideva in due rami, dei quali uno continuava verso destra fino ad Olbia e l’altro, toccando Figulinas (Florinas), portava attraverso la regione di Sassari fino a Porto Torres.

Oltre a queste vie principali, esistevano senza dubbio altri tronchi e scorciatoie (diverticula), che congiungevano i vari centri, una di queste, partendo da Hafa e continuando verso sinistra, il braccio che sulla destra portava ad Olbia, è probabile che unisse i villaggi di Giunchi, Coros, Ittiri, Linthas (Scala Cavalli) e Carbia (Calvia) fino ad arrivare attraverso il ponte romano presso Fertilia al Nynpheus Portus (Porto Conte). E’ però da tenere sempre presente, che ci troviamo nel campo dell’incertezza e delle supposizioni.

Il nome di Ittiri (Ithis-Issir ecc.), per la prima volta negli anni 1200-1400, appare nel codice di San Pietro di Silki e nel Ratio Decimarum Italiae. Qui Ittiri è ricordato varie volte, ora come appartenente alla diocesi di Torres, ora a quella di Sorres, non si tratta di un errore del compilatore ma di due diversi villaggi, gli attuali Ittiri e Ittireddu; vi ricorrono, infatti, i nomi di due parroci: Stephano De Sori, rectore de Issir e Aramo Pinna, canonico e rectore de Liquesos et Issir Iosso.

Ora sappiamo che presso Ittireddu esisteva un villaggio chiamato Laquesos, del quale rimane ancora il nome di Lavacheso, e presso Ittiri un villaggio chiamato Ladaur o Ledaur (l’attuale Loddai presso Giunchi), quindi è facile giungere alla conclusione che nel R.D.I. i nomi Issir Inosso, Issir Iosso, Issis Jos (Ittiri di giù), si riferiscono a Ittireddu nella diocesi di Sorres. Allo stesso paese del resto si riferiscono tutte le annotazioni contenute nel codice di San Pietro di Sorres.

Riprendendo il discorso sulle origini del paese, è certo che sia esistito un Ittiri preistorico come attestano i numerosi nuraghi sparsi nel territorio del paese. In una nota di Vittorio Angius del 1835 ne sono elencati otto: Tuvura, Frades Talas, Luros, Irventi, Santu Zippirianu, Majore, Coas Piddas (o Coa ’e Ampidda o Coas de Ampiddas), Fenujeda. Questi non sono che una parte, perché abbiamo ancora quelli di: Sa Signora, Baddeca, Crabione, Runara, Runatolos, Muru ’e Idda, Cheja, Monte Inza, Crastu, S’Elighe, Vittore, Sa Figu, Sos Passizos ed altri senza nome proprio. Il più importante di essi probabilmente non è quello “Majore”, come il nome potrebbe indurre a credere, ma quello di “Irventi” che, data la sua posizione e la controfigurazione del terreno su cui sorge, può far pensare ad una reggia nuragica di cui esso sia la parte terminale. Purtroppo tutti i nuraghi sono attualmente in stato disastroso, perché oltre all’azione interminabile dei secoli ed a quella scusabile dei pastori e dei contadini, hanno subito anche quella degli illusi cercatori del Vitello d’Oro. I nuraghi però, non sono gli unici monumenti della civiltà preistorica ittirese, perché numerose sono le Domus de Janas, che qui prendono il nome di Coroneddos, mentre è scomparsa ogni traccia dei Dolmen dei quali parla il Benetti.

Oltre questi muti monumenti, nient’altro rimane dei popoli neolitici e delle genti nuragiche, non sappiamo nulla, infatti, dei primi indigeni della nostra terra. I primi abitanti, dei quali si abbia notizia storica, sono i Coracenses di cui parlano Tolomeo D’Alessandria in una descrizione della Sardegna del II secolo e Antonino nel suo “Itinerario”. Su questo popolo abbiamo due diverse opinioni, una fa capo al La Marmora , che afferma che un luogo detto Corax (Coros) ha dato il nome al popolo, mentre l’altra afferma che i Coracenses non erano indigeni sardi, ma di stirpe orientale e l’origine del loro nome è da ricercare nella città della Cilicia Coracim o Coracesio (oggi Alanya, città meridionale della Turchia che si affaccia sul Mediterraneo, a nord dell’isola di Cipro). Indubbiamente, dei popoli orientali, come i Soriani o Sorrenses e i Galilleuses, vennero in Sardegna, sardi originari della Siria e della Galilea (Prof. Piero Cao – Cagliari).

Qualunque sia l’origine del nome, è certo che questo popolo occupava un territorio non ben delimitato che si estendeva dalla località che ancora conserva il nome di Coros fin verso l’antico villaggio di Carbia (Calvia), presso Alghero. Possiamo quindi considerare i Coracenses come diretti antenati degli ittiresi, mentre Coros o Corax come l’antica Ittiri. Dobbiamo chiederci ora, se i fenici e i cartaginesi occuparono le campagne di Ittiri nel periodo che invasero la Sardegna , vale a dire negli ultimi secoli dell’era Pagana e nei primi secoli dopo Cristo. E’ bene accettare l’opinione comune e dire concordando col Benetti, che tutti i popoli che invasero la Sardegna , non potevano trascurare questi fertili territori e feconde vallate ricche di vegetazione.

Iniziarono così le invasioni di Coros, per primi vennero i gallo iberici, poi libici, etruschi, che quando non annientavano gli indigeni, li assorbivano o li ricacciavano all’interno; i fenici vi stabilirono scali e colonie mentre i cartaginesi assorbirono le colonie fenicie. Questi ultimi dopo i primi tentativi del 545-535, nel 510 a .C. invasero la Sardegna e sconfissero i sardi costringendoli a rifugiarsi nelle grotte montane tanto comuni nei territori di Ittiri e Bonorva. “Da queste grotte, che attraverso aperture quadrate danno accesso a basse cellette, gli uomini si allontanavano solo di notte per compiere atti di vendetta contro i punici” ( La Marmora – Itinerario).

Tra la prima e la seconda guerra punica, Roma s’impadronì della Sardegna sostituendosi ai cartaginesi che dell’isola avevano fatto il fulcro della loro espansione nel mediterraneo occidentale. Della dominazione romana, al contrario di ogni altra precedente, rimanevano nel territorio di Ittiri, i segni palesi fino al secolo scorso ed ora completamente scomparsi; lo Spano, parlando di Paulis scriveva: nella sua cinta di muro vi osservai capitelli romani e macine di pietra vulcanica simili a quelle che si trovano a Pompei, segno manifesto che quivi o in vicinanze esistesse qualche colonia romana”.

“Per tutta l’isola vengono istituite colonie in gran parte di veterani che insieme all’agricoltura badassero a frenare i nemicinello stesso tempo i nuraghi, i sistemi difensivi indigeni, sono trasformati anche essi in castra, e castra (fortezze) dovettero battezzarli i Romani al primo vederli” (Prof. Piero Cao).

Numerosi, infatti, in tutta la Sardegna sono i nuraghi denominati Castra, Crasta o Crastu ed anche nel territorio di Ittiri, ne abbiamo uno così nominato alle pendici del Monte Cheja.

Anche nel captare le acque, i romani furono solleciti; a Paulis i monaci sovrapposero la loro costruzione all’opera romana che raccoglieva una fonte (Prof. Piero Cao).

Coros rimase sotto la dominazione romana per 450 anni, di essa i romani fecero una piazzaforte, un accampamento di coloni-militari che coltivavano e nello stesso tempo difendevano le fertili valli. E’ questo certamente il periodo più aureo di Coros, durante il quale si ebbe il maggior sviluppo agricolo ed economico, anche per la vicinanza della strada ausiliaria romana che portò movimento di civiltà e benessere.

Alla divisione dell’impero romano in occidentale e orientale, la Sardegna passò insieme all’Africa, agli imperatori di Bisanzio che la tennero per 400 anni. In questo periodo le condizioni dell’isola erano veramente misere per le ripetute invasioni dei Goti, dei Vandali e di altri barbari che, forti della noncuranza degli imperatori bizantini, la saccheggiarono in lungo e in largo.

Coros o Corax, in questo periodo iniziò a decadere, non essendo formata da un unico nucleo ma da un insieme di piccoli centri ed essendo i suoi abitanti sparsi per la campagna, probabilmente non riuscì ad opporre una valida resistenza ai barbari di Genserico che invase la Sardegna nel 450. Di tutti i piccoli agglomerati di Coros, che da Giunchi si estendeva fin verso Calvia, si svilupparono soprattutto i più centrali e più vicini fra di loro, fra questi sorse Ittiri.

Il primo embrione del paese è con ogni probabilità da far risalire a questo periodo, è da ritenere che Ittiri si sia formato dall’espansione di alcuni principali aggregati di case, dei quali i più antichi sono il rione di “Palas a Deus”, dove sorge la chiesa parrocchiale, che il Benetti vuole costruita su un tempio pagano, il rione “De S’Ulumu”, dove appunto c’era la casa che veniva indicata come la prima casa di Ittiri, il rione di “Santu Paga” (via Manzoni, parte bassa di via Umberto).

Le invasioni di Ittiri purtroppo, non sono ancora terminate, infatti, la Sardegna abbandonata dagli imperatori a se stessa, fu facilmente conquistata dalle orde dei barbari Mori. I Saraceni furono crudeli all’eccesso ed appena sbarcati seminarono stragi saccheggiando paesi, deportando in Africa numerosi sardi e distruggendo monasteri. Infatti, nel 1313, quando il romitorio di S. Maria di Cea presso Banari, fu affidato al monaco Mauro, nella commissione è detto che il convento era in stato disastroso in seguito alle invasioni saracene, è quindi presumibile che in tutte le loro invasioni, i Mori si siano spinti fino ad Ittiri, attratti dalla fama di fertili campi da saccheggiare.

Nel 1050 l’isola fu liberata dai Mori, ad opera dei Pisani e dei Genovesi. Il loro intervento era stato chiesto dai Papi Giovanni XIII e Benedetto VIII, che da allora l’ebbero sotto la loro protezione vantando su di essa un diritto di sovranità.

Nei 273 anni del dominio Pisano-Genovese,  nacque e si sviluppò in Sardegna l’Età Giudicale.

Sotto la sovranità dell’impero romano d’oriente, la Sardegna conobbe un lungo periodo di crisi economico-sociale; le attività commerciali, ormai prive del diretto controllo dell’autorità di Bisanzio, subirono un declino irreversibile. Ci fu un vistoso calo delle produzioni cerealicole, e le inarrestabili incursioni arabe sulla fascia costiera determinarono una notevole riduzione dei traffici marittimi e del movimento dei mercati delle città portuali. Centri importanti come Bithia, Nora, Sulci, Tharros e Turris Libisonis furono gradualmente abbandonati. Di conseguenza, si ebbe un intenso movimento migratorio verso le zone rurali dell’entroterra. Questo complesso processo di ruralizzazione delle aree interne portò alla nascita di un alto numero di villaggi, la cui localizzazione fu favorita dalla presenza di terreni coltivabili o adatti alla pastorizia. A ciò si aggiunse, più tardi, il forte richiamo esercitato dall’attività dei monaci benedettini che, attirati nell’isola dai giudici sardi, si diedero un gran da fare per cristianizzare il popolo indigeno costruendo ovunque monasteri, chiese e cappelle rurali. La maggior parte dei nuovi insediamenti nacque nel periodo a cavallo tra la dominazione bizantina e l’inizio dell’età giudicale. L’assoluta mancanza di fonti scritte non permette di valutare a pieno la portata del fenomeno, ma è probabilmente in questo periodo che si deve collocare la nascita del primo nucleo abitativo, sviluppatosi in seguito nel villaggio di Usini.

Quando nei primi anni del secolo XI le fonti storiche risorgono dall’assoluto silenzio e riprendono a trattare di cose sarde, troviamo l’isola già divisa in quattro stati o regni indipendenti chiamati Giudicati, erano costituiti dai vasti entroterra delle quattro città storiche della Sardegna: Calares (Cagliari), Tharros (Arborea), Turris (Logudoro) e Civita (Gallura). Ogni giudicato era retto da un re detto Giudice o Giudico che, nell’ambito della sua giurisdizione, esercitava i poteri militari e quelli legati all’amministrazione della giustizia, i giudici erano organizzati in Distretti Amministrativi o Curadorìe o Curatorìe, amministrate da un Curadòre o Curatòre e formate da un numero variabile di Ville (villaggi) ai quali era proposto un Majore de Villa.

Ogni giudice aveva al suo seguito una vera e propria corte, costituita dai componenti della sua famiglia. Tra questi, spiccavano per importanza i fratelli e i figli del giudice che avevano il titolo di donnikellos. Gli altri membri della famiglia erano chiamati donnu.

La società giudicale si articolava in quattro classi: il ceto dei maiores era formato dall’alto clero e dai grandi proprietari terrieri; tra i liveros si distinguevano i medi proprietari di terre e bestiame, gli artigiani e i militari; i pauperos erano agricoltori che lavoravano il fundamentu, costituito dalle terre comuni; infine i servos, che non avevano diritti giuridici ma vivevano ugualmente accomunati con i liberi nell’ambito di ogni villaggio.

Per attuare un controllo capillare nel territorio del suo regno, il giudice, si serviva dell’operato di una serie di funzionari (curatores, maiores, armentari) che si occupavano delle rendite fiscali e dell’amministrazione della giustizia nelle singole ville.

Bisogna tener presente che la diversa pronuncia dei nomi delle curatorìe e dei villaggi nel corso dei secoli, ha fatto in modo che questi fossero interpretati e trascritti diversamente nei tanti manoscritti arrivati fino a noi, molto spesso troviamo lo stesso nome con delle piccole variazioni.

Il Giudicato di Torres enumerava le seguenti curatorìe: Coguinas, Nurcara, Romania o Romangia, Nurra, Nulauro o Nulabros, Planargia, Monteacuto o Montacuto, Montes, Montiferro o Montiferru, Figulina o Figulinas o Fisculinas, Cabuabbas o Caputabbas, Fluminaria o Fluminarium o Flumenargia, Coros o Corax, Oppia, Mejlogu o Meilogu, Marghine, Goceano, Dorì o Dore, Costavalle o Costavall.

Ittiri faceva parte della curatorìa di Coros (l’antico centro di Coros è stato localizzato nei pressi della chiesa cistercense di N.S. di Coros, in agro di Ittiri), questa vasta regione, altrimenti detta Campulongu, comprendeva pressappoco gli attuali territori comunali di Ittiri, Uri, Usini, Tissi, Ossi e Putifigari, per un’estensione di 273,13 chilometri quadrati e confinava con le curatorìe di Nulauro, Ulumetu, Fluminaria, Romangia, Figulinas, Mejlogu, Cabuabbas e Nurcara.

Alla curatorìa di Coros apparteneva un elevato numero di villaggi, molti dei quali sono ormai scomparsi. Solo per alcuni di essi e stato possibile accertarne il sito originario di fondazione, grazie ad un’accurata ricerca condotta sui toponimi delle regioni interessate, che talvolta conservano il primitivo nome, senza però tralasciare l’esame delle tracce e dei resti rimasti sul terreno; altri abitati sono sopravvissuti ed esistono tuttora.

La curadorìa di Coros comprendeva le seguenti ville o villaggi:

-         Arave, scomparso, reg. Santa Caterina e reg. S’Altaruzzu, tra Usini e Uri.

-         Alcazar o Altasar o Altazaris o Oltazari o Oltazoris, scomparso, agro di Ittiri.

-         Banyes o Banios o Banzos o Bangios o Bangius, scomparso, reg. Banzos, agro di Uri.

-         Bultaina o Busthaina o Curtayna o Turtana, scomparso, non localizzato.

-         Campulongu, scomparso, non localizzato.

-         Canneddu o Cannedu o Canneto o Caneto o Caneti, scomparso, reg. Cannedu, agro di Ittiri.

-         Cleu, scomparso, non localizzato.

-         Cuga o Thuca o Tuca o Tucha, scomparso, reg. lago di Cuga, agro di Uri.

-         Junqui o Junchi o Giunchi, scomparso, di incerta localizzazione.

-         Ircidelator o Icir de la tor o Ithir o Ithiri o Itiri o Itteri o Iter o Iteri o Itery o Ittiri, Ittiri.

-         Biosevi, scomparso, reg. Giusei, agro di Uri.

-         Liessi o Liessis o Liesso, scomparso, non localizzato.

-         Loddaoro o Lodai o Loddai o Ledaur, scomparso, non localizzato.

-         Manu o Manuscolca o Manstoles, scomparso, non localizzato.

-         Mascar, scomparso, reg. Santa Maria di Mascari, agro di Usini.

-         Maurulis o Maurellu o Murusas, scomparso, non localizzato.

-         Noragui Longo o Noracelungo o Nuraghe Longu, scomparso, non localizzato.

-         Novale o Noale o Noalle o Noalis, scomparso, reg. San Giovanni di Noele, agro di Ossi.

-         Oltatzori o Olsazaris, scomparso, non localizzato.

-         Orssi o Ossi, Ossi.

-         Pauvelles o Paulis o Padùlis, scomparso, reg. N.S. di Paulis, agro di Ittiri.

-         San Giorgio di Oleastreto, scomparso, reg. San Giorgio, agro di Usini.

-         Sartis, scomparso, non localizzato.

-         Save o Saue o Sae, scomparso, non localizzato.

-         Scolta o Escolca o Scolca, scomparso, non localizzato.

-         Tintas o Linthas, scomparso, di incerta localizzazione.

-         Tipi o Tifis o Tissi, Tissi.

-         Torricla, scomparso, reg. Torrija, agro di Usini.

-         Turrigui o Turriguis o Turighe o Turrighe o Tulighe, scomparso, reg. Turighe, agro di Ittiri.

-         Turtana, scomparso, non localizzato.

-         Uras, scomparso, reg. Uras, agro di Uri.

-         Uri, Uri.

-         Uzune o Usune o Ussini o Usini, Usini.

-         Vindiguinoris o Vindigumor o Bidighinzu, scomparso, reg. lago del Bidighinzu, agro di Thiesi.

-         Zucca, scomparso, non localizzato.

A proposito di Campulongu, il Costa situa la regione presso Sassari, dove sorge la chiesa di S. Maria di Betlem, detta anche di Campulongu, il Dessì invece, scrive che Campulongu si trova presso Ittiri.

Entrambi gli scrittori possono aver ragione perché spesso esistono nomi uguali per luoghi diversi; la stessa Coros sembra avere un’omonima località presso Tula e Paulis, infatti, fu confuso dal Vitali con un Paulis in provincia di Cagliari.

La curadorìa di Coros era attraversata dalla via di Gracos (via de Grecos o via dei Greci), che partendo dalla via Turresa (Cagliari-Porto Torres), presso il villaggio di Torricla (villaggio distrutto presso Usini), toccando Banios (villaggio tra Usini e Uri) e Linthas (Scala Cavalli), scendeva a Cuga, Ittiri, Coros e Giunchi.

Politicamente Ittiri era una “Villa”, in altre parole un centro formato da case signorili e coloniche, dove la vita si svolgeva intorno alla chiesa e alla casa del funzionario governativo: “Il Majore della Villa”.

Ittiri appare nominato per la prima volta nei documenti monastici di questo periodo, nel Condaghe di San Pietro di Silki, Coros è nominato due volte:

N° 30… e fugiuit cun illa a Coraso.

N° 65… e furaruminchela e servos de paperos e iusseuminchela a Coraso… et homines bonos dessa

curadoria de Coraso.

Anche Ittiri è nominato due volte:

N° 437… ego   Petru  d’Ispata   preuiteru  de  Ithir qui   fatto  memoria  dessu  testamentu… testes:

donnu   Petru  D’Ispata     preideru    de   Ithir et    ambas   villas    de    Ithiris.

N° 400… cun donnu Comita de Serra su d’Ithir, fiu de donnikellu Mariane.

Chiamati dai pisani e genovesi e dagli stessi giudici, giunsero in Sardegna i primi monaci Benedettini, e con l’insediamento dei Cistercensi a Paulis nel 1205, molti abitanti si erano spostati nelle campagne.

I monaci giunsero in Sardegna con lo scopo di alfabetizzare e cristianizzare le popolazioni, dotati di proprietà fondiarie e di altri pingui beni, i monasteri diedero impulso ad una fervida attività economica, introdussero nuove tecniche agricole che modificarono e rimodellarono il paesaggio intorno ad Ittiri ed Uri.

I Cistercensi costruirono i monasteri di Paulis e di Coros; i Vallombrosani, il romitorio di Santa Maria di Cea, mentre s’ignora a quale ordine appartenesse il monastero di San Leonardo di Cuga. Essi diedero grande incremento all’agricoltura, prosciugando le paludi di Paulis e Seredda.

Nella prima metà del 1200, il giudicato di Torres può considerarsi finito e la curadorìa di Coros passò sotto la Signoria dei Doria.

“In questo periodo i monaci infondono un nuovo ritmo nella vita isolana con la bonifica integrale, il rimboschimento, il sistema d’irrigazione, l’arginatura di fiumi e l’allevamento del bestiame. La palude ed il deserto scompaiono ed ottimi pascoli e ricche foreste si estendono a vista d’occhio. Con la marra e con la croce, il monaco occidentale, erede della civiltà romana, riporta per tutto il mondo, il benessere e la ricchezza che già Roma ai tempi suoi aveva portato. Nei predii fondiari dei quiriti di un tempo, si succedono le aziende agricole delle abbazie, come al tirone del paganesimo succede il monaco amanuense, copiando i codici allo scarno lume della lampada”. (Prof. Piero Cao).

Molte campagne vicino ad Ittiri, erano con ogni probabilità, proprietà dei frati, concesse ai contadini che, dopo essersi stabiliti le coltivavano. A Cannedu fu trovata una tomba, nella quale il cadavere aveva sotto il cranio una tegola, usanza molto diffusa tra i monaci.

Per “Urei” leggiamo nel condaghe di San Pietro di Silki: “Posit ad San. Petru donnu ithocor de Thori kando senke offersit pross’anima sua, su latus dessu saltu d’Urei. Et sunt termenes de custu saltu: aue nurake de cornos falat riu mortu ad su Kercu arcatu de Flumen Minore a buluare de Petru, collat toctue ualle a ualle de puthu, girat toctue uia de balle de locu ad su uadu dessa posia, girat toctue s’atha ad s’ilike uentosa, cluded ad  su nurake de cornos. Testes Piscopus Torgi et Gantine de Thori Murelu et Gennari de Thori Gamba Curta et Comita de Itil de Nanithan”.

Per la regione del Rio Minore leggiamo nello stesso condaghe: “Comporaili a Gosantine de Thori Titicca sa parte sua dessu saltu de Flumen Minore et ego deindeli una libra de argentu lauorata”.

Alla fine del 1300 e agli inizi del 1400, i monaci andarono via e gli ittiresi si riunirono nel primitivo nucleo incrementandone la vita.

Già nel 1323 la Sardegna era passata dal dominio Pisano a quell’Aragonese. Papa Bonifacio VIII, infatti, in virtù del diritto di sovranità che vantava su di essa, in seguito all’alleanza di Pisa con lo scismatico Federico II, aveva privato i pisani del dominio sull’isola e ne aveva investito il Re Don Giacomo D’Aragona. I paesi sardi passarono da uno stato di relativa libertà ed autonomia, goduto sotto il periodo giudicale, ad uno stato di completa sottomissione.

Gli aragonesi, infatti, se furono generosi col clero e con una parte di popolo che coprirono di titoli nobiliari, affidando loro in feudo le antiche colonie, con la rimanente parte furono tiranni, assoggettandola al vassallaggio col sistema feudale importato dalla Spagna che per tanti anni mortificò l’economia isolana.

Col matrimonio di Ferdinando il Cattolico con Isabella di Castiglia, i diversi regni di Spagna si unirono e la Sardegna nel 1479 divenne spagnola. Il delegato del re risiedeva a Cagliari con il titolo di viceré, l’isola era divisa in due Capi, quello di Cagliari e Sassari (detti anche Capo di Sotto e Capo di Sopra), con un governatore che aveva completa giurisdizione su tutte le città e paesi del capo. Ciascun Capo era diviso in “Contrade” o “Comarche” e queste in titoli Patrizi; si arrivò così al 1637, anno in cui c’erano in tutta l’isola: un Ducato, sedici Marchesati, sei Contadi, una Viscontea.

A rendere più grave il disagio delle classi medie e basse, nel 1652 ci fu in tutta l’isola, una disastrosa invasione di cavallette.

Dice uno scrittore: il sole ne rimase oscurato, i sacerdoti scongiurarono il pericolo, i devoti fecero processioni e popoli interi uscivano dalle loro abitazioni per recarsi nei campi con scope e frasche per distruggerle”.

Nell’estate del 1653, le cavallette ricomparvero ed insieme con esse un malanno ancora più grave: la peste!

Questa scoppiò ad Alghero e da qui si propagò in tutto il Capo di Sassari ed in tutta la Sardegna.

Ittiri, che nel 1357-1358 dipendeva direttamente dal re aragonese, nel 1485 faceva parte della Baronia di Usini (o contado di S. Jorge), insieme con Ossi e Muros con 172 fuochi (famiglie), con circa 600 abitanti ai fini del donativo al sovrano che veniva versato da Johan Fabra. Presso Ittiri c’erano i marchesati di Monte Majore e di Cea, mentre il paese già dal 1541, insieme con Uri, formava una baronia concessa a Bernardo Simon, nel 1603 si trovava ancora unito ad Uri e, sempre ai fini del donativo regio, Don Juan Carillo per “Itery y Uri”, contribuiva sulla base di 455 fuochi (Ittiri 365 fuochi), nel 1678 e 1697 fece parte del marchesato di Torralba, insieme a Bonnanaro e Borutta.

Durante la dominazione spagnola, nel 1728, Ittiri, insieme ad Uri, fu infeudato al barone Antonio Ledà e disponeva di un discreto nucleo di cavalleria miliziana che in caso d’attacco doveva accorrere per difendere le torri litoranee del Polino (Poglina), Capo Galera, Tramariglio, Porto Conte e Portirolo (Porticciolo). le ville che puonno accorrere in occasione sono: Algheri, Iteri Cannedu, Villanova eccIteri Cannedu Don Cosme Tura Capitano della cavalleria”. (E. Pillosu – Torri litoranee in Sardegna).

Nel 1770 la Baronia di Ittiri fu elevata alla dignità di Contea e i Ledà divennero i baroni di Uri e Conti di Ittiri, titolo quest’ultimo che ancora conservano.

Dal 1791 ha inizio una serie di morti violente, destinate a chiudersi solamente nel 1798. In un paese tranquillo quale era Ittiri, per trovare altre morti del genere, occorre riandare all’11 marzo 1715, quando Leonardo Manca non poté ricevere sacramenti, “Por averle muerto de un arquibuisasso” e ancora prima all’11 ottobre 1644, quando morirono brutalmente Monserradu Seque, Violante Suzarellu e Martine Virde, non si riesce a spiegare tanta violenza nel volgere di pochi anni, per cui si è propensi a mettere in relazione tali uccisioni con gli avvenimenti politici che caratterizzarono quel periodo.

Questo è forse il momento più triste della storia sarda: i poveri vassalli erano costretti a servire tacitamente clero e privilegiati d’ogni genere, sottostando ai loro arbitri sotto il pesante giogo feudale, decime, feudi, esenzioni e monopoli inasprirono gli animi dei vassalli, soggetti non soltanto alle imposte ma anche alla giurisdizione civile e penale feudale, determinarono così i Consigli Communitativi di Ittiri e Uri a ricorrere nel 1793 al viceré contro gli abusi del conte che accusavano per gli aggravi fiscali, perché nell’esigere il “Ilaor de Corte”, faceva misurare il grano con misure più grandi di quelle legali, perché non pagava il suo ministro della giustizia che esigeva quindi direttamente dai vassalli le somme spettantigli. I consigli chiedevano l’apertura delle scuole, l’allontanamento del giudice feudale e la sua sostituzione con il giudice regio di carriera, dichiarandosi pronti a pagare.

I principali tributi feudali erano:

-         Ilaor de Corte, consistente in una quantità di grano o di orzo;

-         Deghino, tassa sul bestiame che ad Ittiri equivaleva a quattro pecore e un montone per ogni gregge di dieci capi o più;

-         Laudemio, tassa per la vendita di terre;

-         Diritto do fonda, tassa per il macello;

-         Incarica, antica multa per la mancata cattura dei criminali, divenuta poi stabile;

-         Feu, tributo personale;

-         Diritto di gallina, che secondo alcuni, sostituì lo Jus primae noctis;

-         Bandita, diritto per la macinazione delle olive;

-         Capriaggio, per il macello dei capretti, montoni ecc.

Le aspirazioni andarono però deluse col governatore di Sassari Santier, che doveva inoltrare la petizione al viceré, annotò in calce ad essa che sebbene la misura feudale fosse più grande di quella legale ed il conte non pagasse il ministro della giustizia e tenesse la somma per sé, non era giusto privarlo di un diritto acquisito che lo avrebbe danneggiato nel reddito e togliergli l’amministrazione della giustizia per darla ai ministri regi o ad avvocati dotti e zelanti pagati dalla comunità, ciò costituiva la massima stravaganza che si possa proporre in politica perché tornerebbe a distruggere il governo feudale che dà il miglior appoggio all’autorità regia. Anche per la scuola pubblica, esprimeva parere negativo, in quanto essa ad altro non serve che a distogliere i villici dall’agricoltura, produrre maligni, intriganti, scioperati e sfaccendati che non pensano che ad innovazioni, a criticare l’opera del governo e spesse volte a dargli fastidi grandi, perché più il popolo è ignorante più si applica alle solite occupazioni, meno ragiona e più rispetta l’autorità. Il buon governatore concludeva la sua annotazione suggerendo al viceré di punire i consigli per l’ardire avuto nel fare tale domanda (sono i tempi di Angioy, cando ligaian sos canes a sartizza).

La sopportazione dei vassalli era, però, giunta al limite, così l’esasperazione ed il malcontento proruppero in tumulti violenti nel vicino Marchesato di Monte Majore, a Thiesi, Giave, Pozzomaggiore ed in altri paesi dove i vassalli rifiutarono di pagare i tributi feudali.

Il fuoco attizzato quindi, propagò e tutta la Sardegna settentrionale si ribellò; la rivolta nella contea di Ittiri, scoppiò nel 1795.

I vassalli furono istigati dal parroco di Semestene Don Murroni, l’occasione per i moti fu fornita da una lettera anonima fatta passare per circolare governativa, con la quale si esoneravano i vassalli dal pagamento dei tributi feudali per il periodo di dieci anni.

Il 15 agosto 1795, i vassalli del conte di Ittiri, insieme al Consiglio Communitativo, ai Cavalieri ed ai Principali (Printzipales), sia ad Ittiri che ad Uri, tentarono l’assalto ai magazzini del Conte, per saccheggiarli e rifarsi così dei tributi versati e, in base alla suddetta lettera, non dovuti. Il saccheggio fu evitato per l’intervento dei dragoni e dello stesso feudatario, che promise al sindaco Don Antonio Michele Ferrà ed al deputato consigliere Pietro Delogu, che avrebbe distribuito il grano per la semina e avrebbe fatto varie concessioni.

La mattina del 24 agosto però, l’assalto non poté essere impedito, un’imponente schiera di vassalli assalì i magazzini del conte, sfasciando le porte con scuri e bastoni distribuì il grano che vi era conservato.

Nel pomeriggio, previo avviso dato dal Consiglio di Ittiri al Principale Giorgio Pinna ed ai Consiglieri di Uri, più di 700 persone a piedi e a cavallo, armate di fucili, bastoni e stanghe, guidate dai rispettivi sindaci, consiglieri e cavalieri dei medesimi villaggi, nonché dal capitano dei barracelli di Ittiri, si recarono nelle campagne di Pittialtu, Camedda e Paulis, di proprietà dello stesso Conte. Anche lì a suon di tamburo abbatterono in pochi istanti i muri fin dalle fondamenta, calpestarono e distrussero gli ortaggi, portando via le canne che vi erano ammucchiate.

Il giorno 30 agosto i vassalli assalirono i magazzini dell’orzo e la stessa casa del conte, portarono via lana e formaggio, minacciarono di dividersi il bestiame e di scacciare il Ministro di giustizia don Stefanino Ledà Manca¹.

Il 31 agosto, il conte scrisse al viceré e dopo aver descritto i fatti accaduti continuava:

avendo di più minacciato il popolo suddetto, che si dividevan fra poco tutto il bestiame mio, e de’ miei fratelli Don Giovanni Battista Ledà, e Marchese di Busachi, ho fatto ricorso al sullodato Signor Governatore, il quale ha avuto la bontà di scrivere efficacemente non doversi toccare il prelodato bestiame sotto pene d’irreparabile responsabilità, e castighi, e sebbene il Consiglio rispose, ch’adoprerebbe tutti i mezzi per evitare gl’eccessi minacciati, li fece però sentire che il popolo chiedeva senz’altro il Deghino.

Seguirono più oltre gl’enarrati eccessi, poiché con pubblico pregone (bando o editto del vicerè) han fatto sentire che non vogliono l’ufficiale di Giustizia, prefigendo il termine di giorni otto ad uscire dal Villaggio d’Itiri la sua famiglia, e minacciando inoltre i ministri subalterni.

Io non saprei principiarvi molti riflessi, che dà fatti sovra esposti nascono per dimostrare a chiare note l’odio implacabile, e la tirannia inaudita, che quei Consigli Communitativi con i Cavalieri e Principali hanno dimostrato affascinando con mille imposture l’ignorante popolo, e facendoli creder esser già liberi [per] effetto d’ordine del Governo, ed in virtù dell’anonima sanguinosa circolare sparsa nel Regno d’ogni pagamento e diritti Baronali per lo spazio di dieci anni, grazia questa accordata da Sua Sacra Reale Maestà per la liberazione della Sardegna nel noto attacco de’ Francesi alla Capitale (si fa riferimento allo sbarco francese a Quartu e al tentativo di occupare la capitale nel gennaio-febbraio 1792), mi basta solo perché Vostra Eccellenza ed il Magistrato della Reale Udienza, anzi il Regno tutto sappia la mia moderata condotta con i miei sudditi, che s’informino delle trattative avute costì nanti la Regia Delegazione per le dispute vertenti, le savie deliberazioni della suddetta Delegazione da me

¹ Durante le loro imprese, i vassalli cantavano l’inno composto da Francesco Ignazio Mannu:

Procurade e moderade

Barones sa tirannia,

ca si no’ pro vida mia

torrades a pè in terra!

Declarada est già sa gherra

contra sa prepotenzia,

e cominzat sa passienzia

in su popolu a mancare.

O populos de sa’ biddas,

trabagliade, trabagliade,

pro mantennere in zittade

tantos caddos de istalla;

a bois lassana sa pazza,

issos regollin su ranu;

e pensan sero e manzanu

solamente a ingrassare,

custa, populos est s’ora

d’estirpare sos abusos!

A terra sos malos usos,

a terra su dispotismu!

Gherra, gherra a s’egoismu!

E gherra a sos oppressores,

custos tirannos minores

est preziosu umiliare.

Si no’ calchi die a mossu,

bo’ nde segades su didu,

como chi est su filu ordidu

a bois toccada a tessere;

minzi chi poi dect essere

tardu s’arrepentimentu.

Cando s’intendet su entu,

est preziosu entulare.

=========================================================

Nel mese di dicembre, la protesta anti feudale, si estese anche a Sassari, roccaforte dei feudatari, e il 28 dello stesso mese, i rivoltosi, tra i quali erano ben rappresentati i vassalli di Ittiri e Uri, assediarono la città. Molti feudatari fuggirono, tra loro il conte di Ittiri e suo fratello l’abate Ledà d’Ittiri, ma ciò non poté evitare che i loro terreni fossero devastati, seguendo la stessa sorte delle campagne che possedevano in paese.

La ribellione si chiuse con un “Atto di redenzione”, che i vassalli di Ittiri e Uri, seguendo l’esempio di altri villaggi, inviarono al viceré a Cagliari, col quale si chiedeva l’abolizione del regime feudale e si proclamava la soggezione del paese al re.

I moti fallirono, Giovanni Maria Angioy che ne era divenuto l’anima, dovette fuggire, in ogni parte dell’isola si ebbero sanguinose reazioni da parte dei feudatari che ripristinarono i tributi e la famigerata giurisdizione feudale.

Le acque però, erano state smosse e al disagio dei sudditi che da soli non sarebbero stati sufficienti a provocare delle riforme, si aggiunse la necessità urgente di salvare l’economia che languiva, di aiutare lo sviluppo dell’agricoltura e attuare un’unitaria politica amministrativa. Queste esigenze furono sentite da Carlo Alberto che con la Carta Reale 19 Dicembre 1835, gettò le basi del riscatto.

Carlo Alberto, con la Carta Reale del 21 Maggio 1836, diede inizio all’abolizione del regime feudale. “Dal giorno della pubblicazione del presente editto, è soppresso in tutto il Regno di Sardegna, l’esercizio della giurisdizione feudale civile e criminale ed ogni qualsiasi diritto che ne dipenda”. Per tale provvedimento ad Ittiri, a Nulvi e a Ploaghe si ebbero grandi entusiasmi. A tal proposito il Governatore scriveva al viceré il 29 giugno 1836: “… ad Ittiri grida di gioia, affissione di stampati, archibugiate; alcuni miserabili non avendo legna da abbruciare, vuotarono di buon grado i paglierecci che servivano da letto e diedero fuoco alla paglia per segno di illuminazione”.

Sebbene non si abolissero tutti i privilegi, rimanendo ancora i diritti da pagare, si era compiuto un grande passo verso la completa liberazione, dopo di che il consiglio supremo pensò all’abolizione completa del feudo e alle difficoltà inerenti a tale abolizione. Tali diritti, infatti, erano tutelati da convenzioni con la Spagna , perciò non si potevano abolire con un atto di forza. Il consiglio supremo adottò un altro metodo e riscattò i feudi, pagando ai titolari un prezzo spesso maggiore del valore e del loro beneficio. Così in questa forma di risarcimento, si giunse alla completa abolizione di un sistema che per più di cinque secoli, aveva sacrificato la libertà ed il benessere della maggior parte del popolo sardo in favore di una ristretta cerchia privilegiata. Ittiri quindi, riacquistata la sua libertà, si inserisce nella vita nazionale come comune.

Il Regio Editto 30 Giugno 1837, creò la Regia Delegazione per il riesame dei dati relativi ai redditi feudali e contro le sue decisioni fu concessa la possibilità di ricorrere al Supremo Consiglio.

Per Don Gerolamo Ledà, conte di Ittiri e barone di Uri, la Regia Delegazione accertò un reddito lordo di Lire Sarde 10.614 e un reddito netto di Lire Sarde 8.756,18.2 con deliberazione del 12 dicembre 1836. Una seconda sentenza della Delegazione, con provvedimenti del 21, 23, 25 aprile 1838, ridusse il reddito complessivo netto a Lire Sarde 6.674,19.5, mentre il Supremo Consiglio fu molto più generoso riconoscendo con la decisione del 27 dicembre 1838, un reddito superiore forse alle stesse attese del feudatario, pari a 6.623 Lire Sarde, 16 soldi e 4 denari per Ittiri e 3.818,11.8 Lire Sarde per Uri, per un totale complessivo di Lire Sarde 10.442,7 soldi e 8 denari. Tale reddito venne capitalizzato moltiplicando per 20, quasi che il feudo fosse un capitale che fruttasse il 5% annuo. La somma del riscatto fu pagata in moneta e parte in cartelle di rendita 5%, iscritte nel libro del Debito Pubblico e anche in terreni. Per il comune di Ittiri, fu stabilito un contributo di Lire Sarde 4.939 e per quelle di Uri, di Lire Sarde 1.457, per un totale di Lire Sarde 6.396 di cui Lire Sarde 1.231 irredimibile. Il debito redimibile poteva essere estinto dai comuni col pagamento della somma corrispondente del 100 per 5, quello irredimibile non poteva essere estinto; 1 Lira Sarda corrispondeva a circa 614 Lire Italiane e queste a Lire carta 22.347 circa.

Pienamente soddisfatti, i conti Ledà uscirono così dalla vita pubblica del paese e l’ultimo feudatario, Don Antonio, divenuto sindaco di Sassari nel 1842, nel 1844 presiedette la prima “Direzione delle Camere di lettura e ricreazione” e nel 1847 fu a capo della delegazione sassarese inviata a Torino per perorare presso il re, l’integrazione del Regno di Sardegna con il Piemonte e l’estensione all’isola delle riforme costituzionali. Tale integrazione avvenne nel 1848 e la Sardegna da regno autonomo, sotto la casa Savoia, divenne una provincia del Regno Sardo Piemontese del quale seguì le vicende.

La vita continuò sotto i vari sindaci e per trovare qualcosa d’interessante che ruppe la monotonia del piccolo centro agricolo, bisogna arrivare agli anni 1870-1873, durante il sindacato di Antonio Faedda. Nel 1870 fu concessa al sindaco l’indennità di lire 250 annue per le spese di rappresentanza, indennità alla quale il sindaco Sussarellu rinunziò nel 1874. Con sentenza del tribunale 19 novembre 1870 e con una d’appello del 1871, il comune fu condannato a pagare i danni e le spese nel processo del canone demaniale. Nel 1872 la giunta fu nuovamente convenuta in giudizio, per rendere conto di alcuni materiali della caserma dei carabinieri e del fitto dei magazzini e del cortile del convento che in seguito alle leggi eversive del 1866, era divenuto proprietà comunale.

Ad Antonio Faedda, succedette come sindaco il cav. Gavino Sussarellu, entrato nella vita pubblica ittirese nel 1871 come consigliere comunale, fu eletto sindaco per la prima volta il 14 settembre 1873, il mandato gli fu confermato il 31 dicembre 1874, il 22 settembre 1876 ed infine il 7 marzo 1878, sia sotto il governo progressista, sia sotto quello moderato. Durante questo periodo di sindacato, fu pubblicato un opuscolo omonimo dal titolo: L’eredità dell’amministrazione comunale di Ittiri, ossia i denari di molti nelle tasche di pochi. L’opuscolo conteneva accuse tanto gravi che, se si fossero dimostrate vere, avrebbero meritato al sindaco ed alla giunta anche condanne penali, oltre al discredito ed alla riprovazione della cittadinanza.

Le principali erano:

-         che il sindaco aveva usurpato un tratto di via pubblica a Cannedu e una porzione di terreno a Minadorzu;

-         che nel dazio si usavano parzialità ed il sindaco non pagava le tasse sul vino e sui maiali;

-         che il ricavo della vendita del Monte Granatico, consegnato al sindaco non era stato impiegato in opere pubbliche (il Monte Granatico nel 1875 non funzionava più);

-         che il grano fu venduto a lire 15 l’ettolitro ed il locale per lire 8.172 pagabili in dieci rate, all’asta del 17 luglio 1876.

Nell’opuscolo l’autore riportava alcune deliberazioni della giunta comunale dal 1873 al 1878, alle quali faceva seguire il suo personale commento:

-         16 agosto 1874, mandato N° 314 – A Cau Simone, muratore, per riparazioni eseguite alla fonte “Sa Teula” e “S’Abbadorzu” lire 100 (una fonte che non versa acqua, fa colare di quando in quando, dei bei denari nella tasca degli artisti elettori);

-         30 gennaio 1875, mandato N° 445 – Per lavori in muratura in “Sa Mandra” e nelle botteghe del mercato lire 97,75 (il titolare di questo mandato è lo stesso maestro muratore che solleticando le fonti esauste, riempie lo scrigno di bella moneta);

-         9 giugno 1875, mandato N° 80 – A Cau Simone, muratore, per aver eseguito i piani parcellari e calcoli relativi alla “Tanca de sos Padres” in 102 lotti ed il locale Monte Granatico in due lotti lire 282,80;

-         14 giugno 1876, mandato N° 915 – A Solinas Antonio, maniscalco-veterinario empirico, per aver curato 161 buoi nell’anno 1875, affetti da afta epizootica lire 400 (i comunisti vanno gridando che tutti singolarmente, corrisposero la congrua mercede per le cure somministrate al bestiame);

-         8 novembre 1875, mandato N° 175 – A Melis Giovannino, per aver eseguito il trasporto del Presidente del Collegio elettorale da Ittiri ad Alghero lire 300 (volendo dare il vero aspetto delle cose, diremo che da Ittiri per Alghero si viaggia giornalmente con una corriera postale per lire 30,50 accesso e recesso);

-         3 giugno 1877, mandato N° 47 – Al chirurgo Corongiu Pasquale, per guarigioni fatte ai poveri di questo comune lire 50 (se il municipio dovesse far retribuire in questa proporzione tutti gli altri sanitari del paese, e non sono pochi che prestano cure gratuite alle persone indigenti, l’erario del comune andrebbe esausto);

-         14 giugno 1877 – A Faedda Sanna Antonio, carrettoniere, per il trasporto di due alberi dallo stradone e rescissione degli stessi lire 13;

-         14 luglio 1877, mandato N° 65 – A Tavera Giovanni Antonio, muratore, per 40 metri di selciato nell’abbeveratoio di “Binza Manna” lire 40 (da persone dell’arte siamo informati che ad esuberanza, sarebbe stato il tutto ben soddisfatto con lire 15).

La giunta comunale ricorse al prefetto affinché venisse aperta un’inchiesta sulla sua attività, il prefetto ritenne inutile tale inchiesta, probabilmente convinto dell’infondatezza delle accuse, dettate dal risentimento della parte politica che alle elezioni era stata sconfitta.

La giunta comunale, allora, per salvaguardare la reputazione dei suoi membri e per tranquillizzare la cittadinanza, querelò l’autore dell’opuscolo che risultò essere il cav. Giommaria Delogu. Rinviato a giudizio, il cav. Delogu, fu riconosciuto dal tribunale di Sassari, innocente, poiché le sue accuse si dimostrarono fondate.

Il sindaco Gavino Sussarellu, ritenuto colpevole di aver male amministrato in due processi (nei quali, ad onor del vero, non ebbe la possibilità di difendersi pienamente e nei quali un consigliere, che in seno alla giunta aveva affermato che a “Camedda”, non esisteva via pubblica, giurò che tale via era sempre esistita), pubblicò in sua difesa un altro opuscolo, nel quale, dopo aver dimostrato la sua onestà, invocava il giudizio della cittadinanza e gli ittiresi risposero eleggendolo sindaco ancora una volta.

Il 25 ottobre 1884, fu stampata un’altra pubblicazione a cura di Stefano Cossu e dal titolo: Sulle condizioni della giustizia in Ittiri. Ecco qualche brano tratto da questa: Non si intavola discussione, non si combina una partita di piacere che non finisca per tastare quella corda dolorosissima che è la pessima amministrazione della giustizia in Ittiri, così malmenata dal pretore Francesco Fois Todde, sbalestrato per fatalità di eventi in un paese già di per sé stesso demoralizzato e funestato da intestine discordie.

Dai fatti che l’autore cita, possiamo apprendere che molte volte, il pretore rifiutava di prendere in esame una lite, che spesso fissava la sentenza prima del processo e la comunicava all’interessato inducendolo a desistere dall’azione. Talvolta, dopo aver emesso una sentenza, ne parlava con la padrona di casa e la cambiava; bastava poi un porcetto, un servo di S. Antonio abate, per avere dallo strano giudice, una decisione favorevole.

Ecco citato, il dispositivo di una sentenza del colto pretore: Ritenuto che il titolo di galeotto si da solo alle persone malvagie e ree, ed infatti il divino poeta, mise all’inferno i galeotti col famoso verso che dice “Galeotto era (!) il libro e chi lo scrisse”, per questi motivi condanna

I MOTI DEL 1906

Le condizioni della Sardegna negli anni precedenti il 1906, non erano certamente ideali e desiderabili, nel suo territorio agivano quasi del tutto indisturbati i banditi, una profonda crisi economica da vari anni opprimeva l’isola e travagliava soprattutto le classi lavoratrici che versavano in misere condizioni e il cui stato era in stridente contrasto col benessere proprietario, il regime feudale, abolito di nome, di fatto continuava ad esistere.

In questa situazione, i moti scoppiati a Cagliari, trovarono il terreno adatto per propagarsi in breve tempo per tutta l’isola, acquistando caratteristiche particolari secondo le esigenze della popolazione e secondo i disagi dei quali essa maggiormente soffriva. Così nei centri minerari, si ebbero dimostrazioni contro le società minerarie, con la seguente occupazione delle miniere da esse gestite, nei centri agricoli si chiedevano aumenti di salari, nei paesi ad economia prevalentemente pastorale, ci furono sommosse ed assalti contro i caseifici, ritenuti causa principale della rovina dei pastori e dei contadini e quindi del disagio dell’intera popolazione.

Ittiri balzò agli onori della cronaca con quella che fu definita “la dimostrazione contro i caseifici”, caratterizzata dall’assalto al caseificio della ditta “Castelli e Berio”.

A Ittiri i contadini si lamentavano perché i proprietari trovavano più conveniente affittare i terreni a pascolo, limitando conseguentemente le coltivazioni ed il lavoro agricolo. Inoltre essendo diminuita l’estensione dei terreni coltivabili, erano diventate più gravose le condizioni imposte ai contadini per ottenerli. D’altra parte, si lamentavano anche i pastori, volevano, infatti, che i Signori affittassero direttamente e non per il tramite d’intermediari che spesso erano gli unici a trarre un vero profitto da questa situazione.

Bisogna considerare che gran parte di formaggi e ricotta venivano esportati nel continente, avvenne così che in paese questi prodotti raggiunsero un prezzo superiore a quello di una volta.

Insieme ai pastori e contadini, soffrivano e si lamentavano tutti gli ittiresi che vedevano aumentare sensibilmente i prezzi, mentre rimanevano invariati i salari. E’ vero che un aumento di questi si era avuto nel 1905 in tutto il regno, ma si era risolto in fumo perché insieme con essi era aumentato il costo della vita e le condizioni economiche erano rimaste stazionarie, se non addirittura peggiorate.

In paese, il prezzo del formaggio era aumentato da cent. 35 per libra nel 1904 ai cent. 45 nel 1906, il latte da cent. 18 al litro a cent. 20 al litro; nel 1904, l’olio costava lire 90 ad ettolitro ed il vino lire 25, mentre nel 1906 per gli stessi generi, i prezzi erano saliti a lire 95 e lire 30.

Per completare il quadro delle condizioni economiche, non resta che confrontare questi prezzi al salario medio giornaliero che era di 1 lira e solamente in casi eccezionali raggiungeva lire 1,25.

A queste, si aggiunsero altre cause che fecero in modo che tutti i paesi rivoltosi dedicassero una dimostrazione contro il comune, identificato nelle persone degli amministratori. I detentori della ricchezza, i Signori, infatti, erano spesso a capo delle pubbliche amministrazioni e, contro di essi, classe dominante in ogni senso, s’indirizzò l’odio del popolo che solo formalmente partecipava alla vita pubblica. L’ultima causa riguarda il comune come istituzione ed ha la sua base nella politica eccessivamente fiscale, sia di esso che dello Stato. La Sardegna , infatti, era all’avanguardia per l’aggio degli esattori, per l’eccessivo onere dell’imposta fondiaria, per i dazi di consumo troppo elevati ed applicati a tutti i generi. Così ai salari che rimanevano costantemente bassi, alla mancanza del lavoro e all’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, si univa la gravosità delle imposte che si ripercosse anche su molti piccoli proprietari che, già provati dal crollo finanziario del 1887, davanti a raccolti miseri ed alle imposte da pagare, ricorsero ai più ricchi per avere credito, spesso ad interessi elevati. Per far fronte alla situazione che così si veniva a creare, essi erano spesso costretti a vendere col patto di riscatto i loro terreni ai creditori e inevitabilmente però, vedevano i loro piccoli patrimoni andare ad accrescere definitivamente quelli dei loro creditori.

Il giovedì del 24 maggio 1906, giorno dell’Ascensione, si ebbe l’assalto al caseificio. Già la domenica precedente, durante una processione religiosa, si erano verificati dei disordini che avevano dato il primo segno che l’inquietudine regnante fra gli ittiresi non poteva essere più contenuta; quel giovedì un gruppo di cittadini, aveva dimostrato davanti al municipio, chiedendo che fossero chiusi i caseifici. Poiché si temevano i giorni seguenti altri disordini e dimostrazioni, furono inviati in paese, un plotone del 57° fanteria e 15 carabinieri, ma nonostante questa precauzione, il 24 maggio si verificò la prima sommossa. Verso le 7.00, un gruppo di dimostranti, con una bandiera in testa al corteo, cominciò ad aggirarsi per le vie principali del paese al grido di: abbasso i caseifici. Col passare delle ore, il gruppo s’ingrossò sempre più ed in mezz’ora era formato da circa 4.000 persone che, verso le 8.45, giunsero al caseificio e lo circondarono con l’evidente intenzione di penetrarvi. Il delegato di pubblica sicurezza Ghislanda ed il sindaco Gian Tomaso Sussarellu, accorsero immediatamente sul posto e si adoperarono in tutti i modi per convincere i dimostranti a desistere, ma le loro voci erano coperte dalle urla. Qualcuno della folla lanciò un sasso e subito dopo, una fitta sassaiola si abbattè sull’edificio e sui soldati che lo difendevano. A questo punto, il Delegato di P.S. per evitare ulteriori complicazioni, dopo gli squilli di tromba regolamentari, fece caricare la folla con la baionetta, riuscendo così a disperderla. Verso le 10.25 però, i dimostranti, si riunirono nuovamente e si recarono al Comune, si sarebbero senza dubbio ripetuti gli eccessi di prima se non fosse intervenuto l’avvocato Adolfo Cossu-Ferrà che invitò la folla ad allontanarsi. Le sue parole, accolte da numerosi applausi, confermarono in qualcuno la tesi che l’avvocato Cossu-Ferrà non fosse estraneo alle agitazioni, ed egli per smentire ciò che in paese ormai si mormorava sempre con maggiore insistenza, pubblicò una lettera, nella quale si dichiarava estraneo ai fatti: “… non voglio né posso assumere responsabilità di sorta nei possibili futuri avvenimenti, avendo io per incarico del sindaco, promesso che i caseifici sarebbero stati chiusi entro un giorno. E con ciò intendo porre nel nulla le insinuazioni che nel conto mio fanno alcuni chiamandomi sobillatore o peggio”.

Gli ultimi giorni di maggio trascorsero tranquilli, ma la tranquillità non era destinata a durare a lungo, nei momenti di tensione è sufficiente un nonnulla per generare proteste e disordini. Così la sera del 3 giugno 1906, si ebbe una dimostrazione contro il maestro Palomba, colpevole, a detta dei dimostranti, di essersi espresso in termini poco riguardosi verso i cittadini in occasione della dimostrazione del 24 maggio. Tutti chiedevano a squarciagola che il maestro fosse allontanato dal paese, a qualcuno venne in mente di chiedere la chiusura delle scuole e tutti furono d’accordo, così anche la scuola costituì argomento delle successive proteste. Ormai, è evidente, si iniziava a degenerare e la folla, quasi offuscata da una dimostrazione che aveva finalità giuste e giustificate rivendicazioni, era passata a pretese infondate ed illogiche.

Mentre il parroco Carta ed altre personalità si riunivano per esaminare le lagnanze dei contadini e cercare rimedi alla situazione, il sindaco, l’8 giugno 1906, pubblicò un “Manifesto ai contadini”.

Dopo l’appello del sindaco, nel paese parve tornata la calma, era però una calma apparente, perché ribollivano ancora gli animi, infatti, appena furono allontanati il plotone del 57° fanteria, altri 60 soldati che erano venuti da Ozieri, ed i carabinieri che si erano aggiunti a quelli di stanza ad Ittiri, improvvisamente il 16 luglio 1906, festa del Carmelo, i moti si riaccesero con l’assalto ed il saccheggio del Municipio.

Nel pomeriggio, verso le 17.00, mentre la popolazione, radunata davanti alla chiesa del Carmelo, nell’antistante via Marconi e nello “stradone”, attendeva che uscisse la processione, all’incrocio tra la via Marconi ed il Corso Vittorio Emanuele apparvero alcuni contadini con una bandiera tricolore. Il gruppo, guidato da un certo Antonio Delogu, che era stato l’animatore dell’assalto al caseificio, in breve s’ingrossò con altre persone, oltre 200, molte delle quali erano uscite dalla chiesa per curiosare. In breve i dimostranti furono davanti al Municipio (sito allora in via Marconi N° 13, edificio comunale, attualmente adibito a biblioteca) e mentre gridavano: abbasso il Municipio e chiedevano le immediate dimissioni della giunta, ebbe così inizio la demolizione delle finestre della casa comunale con un fitto lancio di ciottoli tolti dalla strada allora in costruzione. Gli unici tre carabinieri rimasti in paese, cercarono di farsi largo e di disperdere la folla ma senza risultato: il brigadiere Gatto, che con la sciabola difendeva l’ingresso del Municipio, un altro carabiniere, un assessore comunale e il farmacista Giuseppe Virdis, furono feriti dai sassi. I tumultuanti, quindi, invasero gli uffici, abbattendo quanto capitava loro davanti e riducendo in pezzi tavoli, sedie e scafali. L’archivio venne gravemente danneggiato, molti registri e documenti dello Stato civile, insieme alle carte dell’abigeato, furono buttati dalle finestre e bruciati nella strada tra le urla della folla che gridava di essere stanca, di non voler più sapere nulla e chiedeva che le scuole, ad eccezione di una classe maschile ed una femminile fossero chiuse.

Solamente all’imbrunire i tumultuanti si dispersero e ritornò la calma. Quando ormai era tutto finito, giunse da Sassari il delegato di pubblica sicurezza con vari agenti e verso le 21.00 arrivarono anche 24 carabinieri.

Durante la notte, con una procedura destinata a ripetersi in anni più recenti, furono arrestati 26 individui; il 19 dello stesso mese di luglio fu tratto in arresto l’avvocato Adolfo Cossu-Ferrà con altri 34 uomini. Così al processo, iniziato a Sassari il 25 agosto, gli imputati, in numero di 75, dovettero prendere posto nello spazio riservato al pubblico. Il processo si concluse con varie condanne che variarono da un massimo di un anno e quattro mesi di reclusione e lire 100 di multa, ad un minimo di un anno e dieci giorni e lire 83 di multa. Terminava così, poco felicemente per molti, lo “sciopero” del 1906; dimessasi la giunta, il Comune fu retto dal Commissario prefettizio Dr. Manunta.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.